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domenica, 21 maggio 2006 alle 19:19
Finalmente ho visto LA mostra. Dire che sono moderatamente felice è dire poco. Ho anche visto dei suoi dipinti che non conoscevo. Ma, un'attimo, torniamo indietro e raccontiamo tutto con calma. Ieri mattina Davide mi viene a prendere a casa e ci mettiamo in viaggio per Como. Il viaggio trascorre sereno, e senza che io mi addormento in macchina come faccio di solito. Arriviamo verso l'albergo e già i primi problemi: strada piccola e infame. Come ci racconterà il gestore dell'albergo da poco avevano fatto dei lavori per rimodernare la rete del gas ed erano stati costretti a rompere la strada senza, ovviamente, ripristinarla. La mia povera schiena ha subito dei contraccolpi mica da ridere. Poco dopo arriviamo e il posto è a dir poco fantastico. Immerso nella natura più rigogliosa. Subito veniamo accolti, oltre dai gestori, da un simpatico boxer e un delizioso gatto bianco con delle striature nere. Decidiamo che per quella giornata possiamo prendere la funicolare e girarci tranquillamente la città. Devo fare i miei più sentiti complimenti all'aministrazione locale. Ho trovato una città bella, ripulita, piena di attività e molto accogliente. Cena deliziosa in albergo: la cosa migliore l'entrecote. Un pezzo di carne fatta alla brace come la Dea comanda. Roba che qui a Genova ce la sognamo di notte. E le mie orecchie percepiscono da lontano le paroline magiche: "festa celtica". Ma di questo vi parlerò solo se riuscirò ad esserci. Personalmente ho dormito benissimo al contrario di Davide che non è abituato alle delizie di un letto con la rete a doghe. Ho avuto occasione anche di fare uno dei miei sogni assurdi, forse ve ne parlerò, forse no. Risveglio dolcissimo stamattina e colazione con vari succhi di frutta (io li adoro ne berrei a litri), e via per la mostra! Dal 25 marzo al 16 luglio 2006, infatti, nelle sale della settecentesca Villa Olmo si tiene la mostra <<RENE' MAGRITTE. L’impero delle luci>>, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Como in collaborazione con la Fondation Magritte di Bruxelles e i Muse'es Royaux des Beaux Arts del Belgio, con il contributo di Poste Italiane, Vodafone, Bayer, Fondazione Corriere della Sera. La rassegna, curata da Michel Draguet, direttore generale dei Muse'es Royaux des Beaux Arts del Belgio, e Maria Lluisa Borra's, raccoglie sessanta dipinti a olio e venti tra disegni e lettere illustrate realizzati dal genio surrealista tra il 1925 e il 1967, quaranta dei quali provenienti dai Muse'es Royaux des Beaux Arts del Belgio, che conservano la collezione pubblica piu' importante al mondo di opere di Magritte, e che saranno visibili in Italia per l’ultima volta, prima della loro definitiva collocazione nel Museo Magritte di Bruxelles, nell’aprile 2007. Secondo Charly Herscovici, Presidente della Fondation Rene' Magritte, la mostra di Villa Olmo rappresenta “un evento nella storia delle esposizioni surrealiste in Italia". L’esposizione, che presenta alcune delle opere piu' conosciute del maestro belga, come L’impero delle Luci, La buona fede o La fata ignorante, muove i propri passi dall’asserto magrittiano, secondo cui “La pittura e' soltanto un mezzo che mi permette di portare alla luce un pensiero grazie all’utilizzo di elementi presi al mondo visibile". commenti (2); commenti (2); Permalink; categorie: arte
lunedì, 15 maggio 2006 alle 09:30
Mi sono completamente dimenticata di parlarvi di questo splendido gioiello sempre di Miyazaki: si chiama Nausicaa e la valle del tempo. Vi posterò una breve recensione, non mia ovviamente e soprattutto non rende merito alla poesia e alla magia di questo lungometraggio. Insomma l'unico consiglio che vi posso dare è, se riuscite a mettervi le mani sopra guardatelo: Il secondo lungometraggio di Hayao Miyazaki, datato 1984, è il primo a portare il marchio dello Studio Ghibli, ed è anche il primo in cui molte delle tematiche predilette dal regista vengono fuori in modo chiaro. Questo film, diciamolo subito, è un bellissimo, poetico inno all'ecologismo e al pacifismo, un duro atto d'accusa contro la tendenza umana a distruggere e ad autodistruggersi, e un apologo del rispetto della natura e della vita, in qualunque forma esse si presentino. Nel futuro immaginato da Miyazaki, l'ecosistema è mutato e ha sviluppato nuove forme di vita, sconosciute e mostruose, mentre le spore della giungla tossica mettono seriamente a repentaglio la sopravvivenza dei villaggi vicini. Eppure, la giungla tossica non è nient'altro che la reazione della natura all'azione nefasta dell'uomo, che con la guerra ha avvelenato il terreno: le nuove specie vegetali che ivi crescono, infatti, non fanno altro che bonificare la terra e l'acqua rilasciando le spore velenose nell'aria. La figlia del capo della Valle del Vento, la giovane Nausicaa, è impegnata in una strenua, quanto disperata lotta per la difesa della giungla, di cui ha scoperto la vera natura, e delle specie che vi vivono. E' un personaggio forte, quello della protagonista, che fin dall'inizio si segnala per il suo sforzo di capire e rispettare il diverso, che sia esso uno dei giganteschi Ohmu, gli esseri che sorvegliano la giungla, una spaventata donnola nascosta nel sacco del suo maestro, il vecchio Yupa, o l'aggressiva regina del regno di Tolmekia, che ha occupato militarmente la Valle del Vento; in nome di questa filosofia, la ragazza riuscirà persino a perdonare i responsabili della morte di suo padre, pur di non alimentare la spirale dell'odio reciproco e di evitare lo spargimento di altro sangue. Un personaggio, quindi, presentato come positivo (ma la cui formazione è in pieno corso e si completa durante il film), che però non si contrappone in modo manicheo ad antagonisti del tutto negativi: persino la già citata regina di Tolmekia, infatti, vive un conflitto, che oppone la sua posizione (che le impone di continuare la guerra contro i nemici di Pejite) alla sua volontà di trovare uno sbocco alla guerra e soprattutto di rendere di nuovo la terra un luogo sicuro e vivibile per tutti. Più in generale, quindi, non troviamo qui personaggi completamente positivi o completamente negativi: ombre e luci si distribuiscono egualmente in ognuno di essi, ed ognuno ha le sue ragioni per la scelta di campo che ha fatto. La fonte di qualsiasi conflitto, sembra dirci Miyazaki, è rappresentata dalla paura del diverso e dalla mancata volontà di capire ciò che ci è estraneo: il conflitto tra gli uomini, rappresentato nel film come causa di lutti e disgrazie, si affianca a quello, conseguente, che oppone l'uomo alla natura, più chiaro nella sua individuazione di aggressore ed aggrediti, vittime e carnefici, ma ugualmente distruttivo per entrambe le parti. Tutta la storia ruota dunque intorno al tentativo, doloroso ma necessario, di trovare una soluzione a entrambi i conflitti, che contempli il rispetto e la comprensione come condizioni primarie. Chiave di questo processo sarà proprio la giovane Nausicaa, che non esiterà a mettere a repentaglio la sua vita perché sia uomini e uomini, che uomini e specie della giungla, convivano fianco a fianco: uno sforzo che sarà premiato dall'abbraccio, fisico e metaforico, che entrambi, nel finale, le tributeranno. Visivamente, il film offre un riuscito e calibrato incrocio tra suggestioni post-apocalittiche (ben rappresentate dai villaggi abbandonati caduti preda delle spore), motivi futuristici (gli aereovolanti, retaggio di una tecnologia in gran parte dimenticata) e una visione di stampo fantasy-medioevaleggiante, che è evidente nel look della Valle del Vento e del regno di Pejite. Anche il cyberpunk (motivo in realtà presente per tutto il film: sono stati infatti gli androidi, agli ordini degli uomini, a devastare il pianeta tanti anni prima) viene fuori prepotentemente nelle sequenze del "risveglio" del micidiale robot che i governanti di Tolmekia vogliono usare per distruggere la giungla, e dal suo successivo, impressionante disfacimento. L'aspetto tecnico è, come in tutte le opere del regista, curatissimo. A un character design immediatamente riconoscibile, e che ormai ha fatto scuola, si aggiunge un'altissima qualità dell'animazione, il top per l'epoca, e sequenze d'azione realizzate in modo magistrale: si segnala già, in questo film, il gusto dell'autore per le spettacolari sequenze di volo che torneranno in film del tutto incentrati sull'aria, e sulla sfida dell'uomo alla gravità, come Laputa: Castle in the sky. I fondali sono anch'essi disegnati splendidamente, e da soli sono in grado di restituire buona parte dell'atmosfera, sognante o cupa a seconda dei casi, che Miyazaki ha voluto dare alla vicenda. Da segnalare anche le musiche, evocative e di altissimo livello, composte da quel Joe Hisaishi che diventerà d'ora in poi presenza fissa nelle opere del regista. commenti (2); commenti (2); Permalink; categorie: arte
giovedì, 11 maggio 2006 alle 09:00
Ieri sera, parlando con uno dei miei tanti amici sul messenger msn ho citato Escher, un'altro dei miei artisti preferiti. Ovviamente la persona non lo conoscevo e gli ho mandato un'immagine anche se diversa da questa. Sicuramente oltre agli appassionati di un certo tipo d'arte, anche i patiti di fantascienza riconosceranno questo dipinto. E per non lasciarvi con la curiosità vi metto una sua biografia. Fonti: Wikipedia (dovrebbero fare un monumento al suo inventore) e le guide di Supereva: Maurits Cornelis Escher (17 giugno 1898 - 27 marzo 1972) fu un artista e pittore olandese, conosciuto principalmente per le sue incisioni su legno, litografie e mezzetinte, che tendono a presentare costruzioni impossibili, esplorazioni dell'infinito e motivi a geometrie interconnesse che cambiano gradualmente in forme completamente differenti. Maurits Cornelis, o Mauk come venne soprannominato, nacque a Leeuwarden, nei Paesi Bassi. Era il figlio minore di un ingegnere idraulico, George Arnold Escher, e della sua seconda moglie, Sarah Gleichman. Nel 1903, la famiglia si spostò ad Arnhem, dove egli prese lezioni di carpenteria e piano fino all'età di tredici anni. Dal 1912 al 1918, frequentò la scuola secondaria; anche se eccelleva in disegno, i suoi voti erano generalmente bassi, e dovette ripetere la seconda classe. Più tardi, dal 1919, Escher frequentò la Scuola di Architettura e Arti Decorative di Haarlem; studiò architettura per un breve periodo, ma quindi passò alle arti decorative, studiando sotto Samuel Jesserun de Mesquita, un artista con cui sarebbe rimasto in contatto, fino a quando de Mesquita, sua moglie e suo figlio vennero assassinati dai nazisti agli inizi del 1944. Nel 1922, Escher, avendo ottenuto una certa esperienza nel disegno e in particolare nell'incidere il legno, lasciò la scuola.Escher viaggiò regolarmente in Italia negli anni seguenti, e fu qui che incontrò per la prima volta Jetta Umiker, la donna che sarebbe diventata sua moglie nel 1924. La giovane coppia si stabilì a Roma dopo il matrimonio e vi restò fino al 1935. Quando il clima politico sotto Mussolini divenne insopportabile, la famiglia si trasferì a Château-d'Œx, in Svizzera, dove rimase per due anni. Escher, comunque, che traeva ispirazione e adorava i paesaggi dell'Italia, era decisamente infelice in Svizzera, così si mosse nuovamente, questa volta a Uccle, una piccola cittadina vicino a Bruxelles, in Belgio. La seconda guerra mondiale li costrinse a spostarsi un'ultima volta, nel gennaio 1941, a Baarn, in Olanda, dove Escher visse fino al 1970. La maggior parte dei dipinti più famosi di Escher risalgono a questo periodo di tempo; il freddo, nuvoloso, umido clima olandese gli permise di concentrarsi interamente sul suo lavoro, e solo nel 1962, quando dovette subire un intervento chirurgico, ci fu un periodo in cui non creò nuove immagini. Escher si spostò nel 1970 nella Casa Rosa-Spier di Laren nell'Olanda settentrionale, una casa di riposo per artisti dove poteva avere uno studio tutto per se, e li vi morì il 27 marzo 1972. L'artista olandese è, ad una prima e, come si vedrà, superficiale analisi, un geniale creatore di illusioni, di mondi ed oggetti irreali che ad una sommaria occhiata possono ingannare ed apparire reali, rivelando ben presto nascoste sorprese. Il segreto di quella che può sembrare una fantasia immaginativa fuori del comune, legata, naturalmente, ad una eccezionale capacità grafica, è in verità molto poco fantasioso, sono la matematica, la geometria, la cristallografia,passioni tanto forti in Escher quanto quella artistica. La sua attivita di grafico lo porta ad agire sul piano bidimensionale, ma è da subito evidente che il suo interesse per le caratteristiche della realtà tridimensionale è talmente forte che lo impegna a ricercare mezzi espressivi adatti a sottomettere la forma spaziale alle leggi limitative dell'immagine piana. Da questo conflitto e da questa aspirazione nascono le straordinarie opere grafiche di Escher. In verità il discorso non è così chiaro e lineare come potrebbe sembrare, perchè, in Escher, non solo siamo davanti alla straordinaria suggestione di un'immagine spaziale tridimensionale su una superficie piana, ma anche ad un ulteriore fatto insolito: in ogni rappresentazione, l'immagine costruita, guardando bene ed abbandonando precostituiti schemi mentali, è quella di una figura che non potrebbe mai avere un'esistenza spaziale concreta, secondo la logica corrente. Molte delle opere di Escher, soprattutto quelle ad impronta apparentemente decorativistica, hanno in realtà alla base il concetto matematico dell'infinito, come "Limite del cerchio III", ad esempio, dove sono rappresentati dei pesci stilizzati, tutti della stessa forma, ma che rimpiccioliscono mano a mano che si avvicinano al bordo esterno del cerchio, incastrandosi perfettamente l'uno nell'altro e costituendo essi stessi il limite del proprio "mondo". Ossessionato dal concetto di divisione regolare del piano, Escher studia ed inventa simmetrie di vario tipo, cercando di utilizzare la divisione del piano come mezzo per catturare e fermare il concetto di infinito, realizzando opere in cui la tassellatura può continuare indefinitamente, avendo come sfida finale il contenere l'infinito entro i confini di una sola pagina. Alla base del suo lavoro c' è il concetto della geometria iperbolica, lo spazio iperbolico incentrato sul modello del matematico francese Henry Poincarè, le geometrie non euclidee del matematico russo Nicolas Lobacewski e dell'ungherese Bolyai, le tassellature del piano di Roger Penrose, sintetizzate ed elaborate secondo una interpretazione personale che anticipa di qualche decennio la formulazione matematica del concetto di frattale ad opera di Benoit Mandelbrot. Uno dei temi che più affascinò Escher fu la rappresentazione di mondi simultanei, di un mondo infinito in uno spazio finito, tema che egli traspose visivamente in numerose sue opere nelle quali sono contemporaneamente presenti due mondi, quello percepito dall'artista e quello a cui le sue percezioni non possono arrivare, pur trovandosi nello stesso posto e nello stesso momento, a ciò corrispondendo studi grafici e rigorose modellizzazioni matematiche, frutto di ricerche condotte per lunghi anni. Realizzò forse nel modo più coerente questo concetto in una sua opera, "Esposizione di stampe", in cui è raffigurata una persona all'interno di una galleria d'arte, che sta osservando una stampa raffigurante una città marittima che, lungo i portici, ospita un negozio: il negozio è una galleria d'arte al cui interno si trova una persona che sta osservando una stampa raffigurante una città marittima.........la persona è sia nell'immagine che al di fuori di essa, allo stesso tempo soggetto ed oggetto, osservatore e osservato. Il gusto della logica del paradosso permea tutta l'opera di Escher, come in questa "Realtività", del 1953, nella quale ci vengono proposti tre diversi livelli di applicazione dello stesso paradosso: tre mondi paralleli e separati coesistono all'interno di un edificio in cui sulle pareti, sul soffitto e sul pavimento si aprono finestre e porte da cui partono scale. Sedici figure umane si muovono nell'ambiente, suddivise in tre gruppi. Ciò che per un gruppo è il soffitto, per un altro gruppo è la parete, e ciò che per un gruppo è una finestra per un altro gruppo è un'apertura nel pavimento. Diverse realtà impossibili condividono un'impossibile convivenza. commenti (5); commenti (5); Permalink; categorie: arte
martedì, 02 maggio 2006 alle 13:37 ![]() Alla fine riesco a farvi l'articolo che volevo scrivere stamattina. Sto incubando una recensione e ancora non è detto che riesca a partorirla. E' uscito il nuovo disco del terzo mio gruppo preferito (i primi due sono Genesis e Dead can Dance) e ancora sono nella fase di ascolto e assimilazione. Inoltre volevo farvi vedere il mio altare durante i festeggiamenti di Beltane ma il caso vuole che il mio pc e la macchina fotografica non si parlino. Ancora non ho capito cosa c'è che non va, se le pile scariche oppure il cavetto schifido. Nell'attesa vi regalo un piccolo capolavoro di Alex Grey. Non è un caso che ve lo faccio vedere è sempre collegato al gruppo di cui accennavo sopra. E per chi non sapesse chi fosse questo artista la vostra padrona di casa ha cercato per voi la sua biografia nel sito ufficiale http://www.alexgrey.com/ (traduzione di Davide Castellini): Alex Grey è nato a Columbus, Ohio, USA, il 20 novembre 1953 , il figlio di mezzo di una rispettabile coppia di mezza età. Suo padre, un grafico, ha sempre incoraggiato le capacità artistiche del figlio. Il giovane Alex raccoglieva insetti e animali morti nel suo quartiere in periferia, e li seppelliva nel giardino di casa. I temi della morte e della trascendenza si intrecciano in tutti i suoi lavori, dai primissimi disegni fino alle ultime performance, quadri e sculture. Ha frequentato il Columbus College of Art and Design per due anni (1971-73), per poi mollare tutto e dipingere manifesti in Ohio per un anno (73-74). Grey ha in seguito frequentato la Boston Museum School per un anno, per studiare con l’artista concettuale Jay Jaroslav. Alla Boston Museum School ha incontrato sua moglie, l’artista Allyson Rymland Grey. In questo periodo ha avuto una serie di esperienze mistiche provocate in vari modi, che hanno trasformato il suo esistenzialismo agnostico in un trascendentalismo radicale. Grey e la moglie “viaggiavano” insieme dopo aver assunto LSD. Successivamente Alex ha trascorso cinque anni alla Harvard Medical School lavorando al Dipartimento di Anatomia, studiando il corpo umano e preparando cadaveri per la dissezione. Ha lavorato anche al Dipartimento di Medicina Mentale/Corporale con i dottori Herbert Benson e Joan Borysenko, conducendo esperimenti scientifici per indagare sulle tenui energie guaritrici. L’esperienza anatomica di Alex l’ha aiutato nel dipingere i Sacri Specchi (trattati più avanti) e nel disegnare illustrazioni mediche. Quando i dottori videro i suoi Sacri Specchi gli chiesero di lavorare come disegnatore. Grey è stato istruttore di Anatomia Artistica e Scultura Figurativa per dieci anni presso l’Università di New York, e ora tiene corsi di Arte Visionaria con Allyson all’Open Center a New York, al Naropa Institute di Boulder, Colorado, al California Institute of Integral Studies e all’Omega Institute di Rhinebeck, New York. Nel 1972 Grey intraprese una serie di attività artistiche assimilabili ad un rito di passaggio, in quanto presentavano gli stadi progressivi di una mente in evoluzione. Le circa cinquanta performance rituali compiute negli ultimi trent’anni mostrano l’evoluzione di un’identità da un iniziale condizione egocentrica ad uno stato sempre più socio-centrico e teo-centrico. La performance più recente è stata WorldSpirit, uno spoken word con la collaborazione musicale di Kenji Williamsm, uscito in DVD nel 2004. La serie speciale di 21 quadri di grandi dimensioni, i Sacri Specchi, accompagna lo spettatore in un viaggio verso la sua natura divina, esaminando in dettaglio il corpo, la mente e lo spirito. I Sacri Specchi presentano la fisica e l’anatomia minuta di un individuo in un contesto di evoluzione cosmica, biologica e tecnologica. Cominciata nel 1979, la serie richiese dieci anni per essere portata a compimento. Fu durante quel periodo che Grey sviluppò le sue rappresentazioni del corpo umano simili a fotografie a raggi x rappresentanti i multipli strati della realtà, che rivelano l’intreccio di forze anatomiche e spirituali. Dopo aver dipinto i Sacri Specchi, Alex ha applicato la sua prospettiva multidimensionale ad esperienze umane archetipiche quali la preghiera, la meditazione, il baciarsi, l’accoppiamento, il concepimento, la nascita, la crescita e la morte. I recenti lavori di Grey hanno esplorato la coscienza dalla prospettiva di “esseri universali” i cui corpi sono reticoli di fuoco, occhi e infinite spirali galattiche. Noti guaritori come Olga Worral e Rosalyn Bruyere hanno espresso il loro apprezzamento per sua la riuscita rappresentazione della visione di un sensitivo nei suoi dipinti raffiguranti corpi traslucidi splendenti. I suoi lavori sono stati esposti nelle gallerie di tutto il mondo, quali Feature Inc., Tibet House, Stux Gallery, P.S. 1, The Outsider Art Fair e il New Museum a New York, il Grand Palais a Parigi, e la Biennale di San Paolo in Brasile. Alex ha tenuto conferenze in tutto il mondo (Tokyo, Amsterdam, Basilea, Barcellona e Manaus). La comunità psichedelica internazionale considera Grey un importante oratore ed ambasciatore del mondo visionario. Una grande installazione di Alex e sua moglie Allyson, “Heart Net”, è stata esposta all’American Visionary Art Museum di Baltimora nel 1998-99. Una retrospettiva dei lavori di Alex è stata ospitata dal Museum of Contemporary Art di San Diego nel 1999. commenti (2); commenti (2); Permalink; categorie: arte
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