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Whale rider
sabato, 22 agosto 2009 alle 17:12

Capita a volte che la mattina ti imbatti in film molto belli che forse meriterebbero una fascia oraria diversa e ben altra pubblicità. E li scopri per caso facendo un estivo annoiato zapping alla tv. E' il caso di La ragazza delle balene. Il titolo originale è Paikea The Whale Rider, si tratta di un film diretto da Niki Caro, regista neozelandese che come ogni "indigeno" ha a grande cuore ogni questione legata al suo paese, è una delicata (ma non troppo) favola sul rigido mondo della stirpe maori e su ogni società fondata sulla discendenza maschile o maschilista in genere. Si narra la storia di Pai (Paikea), una ragazzina la cui unica sfortuna è di nascere donna in una società che vuole solamente gli uomini primogeniti quali destinatari del potere di capo tribù. Tutta la trama è dunque intessuta sullo scontro tra il nonno di Pai che "allena" un piccolo gruppetto di ragazzini ad essere leader e la stessa Pai che, emarginata dalla società maschile, fa di tutto per poter essere accettata nel ruolo che la tradizione le assegnerebbe. Ma niente convince Koro (il nonno, uno splendido Rawiri Paratene, quasi un giovane Cassius Clay) che Pai è l'erede che la sua stirpe attende fino all'episodio finale. Un episodio che non vi racconto per non togliervi il piacere della visione. Sono rimasta incantata a vederlo benchè delle balene c'è pochissima traccia è più centrato sul tema dell'essere accettati, dell'essere o meno predestinati a un ruolo. Ovviamente quello che mi ha affascinato anche è la tradizione. Una tradizione che rende il nonno di Paikea incapace di vedere, di rendersi conto di che tesoro avesse in casa fino quasi alla fine. Inoltre la colonna sonora creata appositamente da nientemeno Lisa Gerrard dei Dead Can Dance, potete sentire in sottofondo nel post un estratto, non può far altro che impreziosire un film non eccezionale ma sicuramente curioso e interessante sotto certi aspetti. L'attrice che fa Paikea è davvero splendida. Ma dovete avere occhi allenati per accorgervi della sua bellezza...


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categorie: cinema, scoperte


Tornare bambini
domenica, 22 marzo 2009 alle 23:00

Festeggiare l'arrivo della primavera cuocendo una torta e tornando bambini non ha prezzo. Ogni tanto qualcuno lassù mi ama e mio fratello sabato mi dice: io domenica sera sono fuori. Dentro di me ho fatto i salti di gioia. Primo mi sono messa a preparare la torta di carota con il giusto quantitativo. E' venuta una delizia rossa morbidissima!! Quasi si scioglie in bocca. Poi decido di dedicarmi a una delle mie tante passioni: il cinema. E per la precisione vado a vedere Ponyo sulla scogliera di Hayao Miyazaki. Il piccolo Sosuke vive in una cittadina in riva al mare, proprio sulla scogliera che si affaccia sul Mare Interno. Un giorno, mentre gioca sulla spiaggia, trova la pesciolina Ponyo, che ha la testa incastrata in un barattolo di marmellata: la salva, la porta con sè e le promette di prendersi cura di lei. Ma il padre di Ponyo, Fujimoto, una volta umano e ora stregone che abita negli abissi, vuole che la figlia torni da lui, e la costinge a lasciare Sosuke. Ponyo, però, vuole tornare dal suo salvatore, e, per farlo, è disposta a diventare umana. Così, prima di lasciare il mare per tornare sulla terraferma, versa nelle acque una pozione magica di Fujimoto, l’ Acqua della Vita con conseguenze che metterà a repentaglio l'equilibrio del mondo.  E' un lungometraggio che ha toni molto innocenti eppure tocca tematiche importanti. C'è semrpe presente il rapporto tra uomo e ambiente, una delle tematiche più care a Miyazaki. Onestamente c'è stato un punto in cui mi sono vergognata come essere umano per come trattiamo la terra e il mare. Ma è anche fondamentalmente un lungometraggio dedicato all'amore nelle sue diverse forme: quello tra genitori e figli, tra amici, l'amore e il rispetto tra la generazione che sta appena iniziando a vivere e quella che invece è vicina alla fine. Graficamente il tratto è infantile ma penso che sia voluto. E' l'ennesimo richiamo all'innocenza, alla purezza. E che dire della bellezza di GranMamare, raffigurata nell'immagine che ho voluto farvi vedere. E' la madre di Ponyo ma è anche la Dea del Mare, di una bellezza, di una vitalità e una serenità talmente intensa da togliere il fiato.  E' bello quando esci dalla sala con il sorriso sulle labbra...


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categorie: cinema


Il diavolo veste Prada
venerdì, 23 gennaio 2009 alle 11:36


Ho capito che se voglio qualcosa me la devo procurare da sola, oppure lo devo fare da sola. E' passata una settimana da quando ho chiesto a mio fratello di aiutarmi a portare in camera il televisore. Almeno sto comoda la sera dopo mangiato. E indovinate chi ha fatto il trasferimento con tutto che non dovrei farle certe cose? Indovinato.  Ma andiamo avanti. Ieri era una di quelle rare sere in cui c'era un film degno di questo nome da vedere. Cosa? Il diavolo veste Prada. La trama che vi riporto qui sotto è presa da Wikipedia.
«Andy Sachs (Anne Hathaway) è una neo-laureata con un curriculum degno di nota che sogna di fare la giornalista. Ma ben presto si troverà ad occupare una scrivania che, seppure molto importante ed ambita, concerne il lavoro della moda, cui Andy non si è mai interessata, prediligendo le profonde indagini agli articoli sull'apparenza estetica. Ma il suo lavoro alla rivista di moda "Runway", al servizio della famosa Miranda Priestley (Meryl Streep), nota come "il diavolo", la costringerà ad avvicinarsi sempre più a un mondo a lei estraneo, fatto di abiti firmati, feste vip e viaggi a Parigi, guadagnato grazie alla sua caparbietà e all'aiuto di Nigel (Stanley Tucci), il collaboratore fotografo della temibile direttrice. Ma il contrasto tra la sua vita reale e la vita imposta dal lavoro, che costituisce la colonna vertebrale del film, continuerà a condizionarla.» Inutile dire che la Streep è strepitosa nel suo ruolo, come sempre. Poi lei si diverte davvero e si vede, oh se si vede. C'è anche un'altra contrapposizione nel film, una domanda che perme tutta la vicenda: quanto sei disposto a sacrificare per la carriera? Amore, amicizia, affetti vengono messi da parte in nome della carriera. Alla fine Andy guarda Miranda e si rende conto che lei potrebbe invecchiare in quel modo, si rende conto che sta vendendo la sua anima al diavolo, da qui il titolo, per dei valori effimeri che la porteranno inevitabilmente alla solitudine. Il finale non ve lo svelo, vedetevelo...


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categorie: cinema


Potere alla fantasia
giovedì, 15 gennaio 2009 alle 11:32

Ogni tanto capita che in tv facciano dei bei film che hai già visto. E, in mancanza di qualcosa di meglio da vedere, è un piacere quando succede. In realtà il film in questione è uno dei più belli e più poetici che mi sia capitato di vedere ultimamente.  Amélie Poulain cresce in provincia, siamo in Francia. Suo padre è un medico fin troppo originale: visita ogni mese la figlia, che si agita ogni volta, e crede che sia malata di cuore. La madre, uscita dalla chiesa, viene schiacciata da una suicida. Una volta diventata maggiorenne la ragazza va a Parigi dove fa la cameriera e osserva da vicino l'umanità varia della clientela fissa del locale. Il 31 agosto 1997 è il giorno decisivo della sua vita: vede in tv il servizio dulla morte di lady Diana, le cade di mano un tappo di bottiglia che finisce sotto una piastrella, dove Amélie trova una vecchia scatola. Una scatola nascosta da qualcuno quando era bambino, un tesoro prezioso e nascosto anche se si tratta solo di una foto e qualche vecchio giocattolo. Amèlie decide di ritrovare il proprietario della scatola per restituirgliela. Sa quanto possano essere preziosi i ricordi. In questo modo comincia l'apertura di Amèlie verso il mondo che la circonda, un evento che le cambierà per sempre la vita. Dicevo c'è della poesia in questo film. Poesia e surrealismo che si intrecciano nel descrivere uno dei personaggi più belli e più incantevoli di questo mondo. Una ragazza immersa nel mondo ma che è riuscita a conservare l'anima candida e lo stupore tipico della fanciullezza. E potrei parlare per ore di tutti i piccoli particolari che rendono questo film davvero unico. Ma vi rovinerei il piacere della visione. Se non l'avete ancora visto, beh, cosa aspettate? Non sapete cosa vi siete persi finora...


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categorie: cinema


Umanità varia
martedì, 09 dicembre 2008 alle 11:49


Il 4 Giugno 1968 all'Holtel Ambassador, fervono i preparativi per l'arrivo del Senatore Robert Kennedy che avrebbe pronunciato un discorso dopo l'esito delle primarie per la presidenza degli Stati Uniti. I dipendenti latino americani si sentono maltrattati dal responsabile delle cucine, cinico e razzista, che li obbliga a fare un doppio turno, una giovane cameriera sogna un giorno di entrare ad Hollywood mentre una famosa cantante sulla via del declino riesce solo a farsi del male. La moglie del direttore, parrucchiera nell'albergo, distribuisce consigli sul matrimonio mentre suo marito la tradisce con una centralinista. Una giovane donna sta per sposare un suo compagno di scuola per evitargli il Vietnam mentre una coppia sposata da tempo, lui è più vecchio di dieci anni, spera in una seconda luna di miele. Un vecchio dipendente dell'hotel in pensione non riesce ad abbandonare il luogo dove è stato per anni, mentre dei giovani volontari della campagna per Kennedy provano gli effetti delle droghe. Queste ed altre sono le storie che si intrecciano all'Hotel Ambassador in quel giorno così importante, e alla fine così tragico. Ne esce fuori il ritratto di varia umanità che crede possibile l'avverarsi di un sogno. Bob Kennedy venne raggiunto da alcuni colpi di arma da fuoco, insieme ad altre cinque persone, poco dopo la mezzanotte nelle cucine dell’Ambassador Hotel, pochi momenti dopo aver pronunciato il suo discorso per festeggiare la vittoria delle primarie, crollando tra le braccia di un inserviente messicano. Colpito alla testa da distanza ravvicinata, Bob Kennedy morì il giorno successivo a soli 42 anni. E con lui muore anche il sogno di tutte le persone che avevano visto in lui la possiblità di cambiare, di creare un mondo nuovo. Non è un semplice film didascalico, non è un film storico tout court, è un film riflessione sull'umanità, sui veri valori, su ciò che davvero può fare la differenza. E si parte dai piccoli gesti, da un regalo fatto da un'appassionato di baseball ad un altro, dall'amore che può fare la differenza in un mondo in cui l'odio prevale su tutto. Sno diversi i punti che mi hanno colpito di questo film. "Cosa potrai offrire al mondo se tutto quello che hai è la tua rabbia?" Fino al discorso di Robert Kennedy messo a commento delle immagini che ci rimandano gli occhi di una generazione smarrita. C'è un passo che voglio condividere con voi e che reputo assolutamente significativo. E il passo che mi ha commosso davvero più di tutto il film: «Quando si insegna un uomo a odiare, ad avere paura del proprio fratello, quando si insegna che un uomo ha meno valore a causa del colore della sua pelle o delle sue idee o della politica che segue, quando si insegna che chi è diverso da te minaccia la tua libertà o il tuo lavoro o la tua casa o la tua famiglia, allora si impara ad affrontare l'altro non come un compatriota ma come un nemico, da trattare non con la collaborazione ma con la conquista. Per soggiogarlo e sottometterlo. Impariamo, in sostanza, a guardare i nostri fratelli come alieni. Uomini alieni con cui dividiamo una città ma non una comunità. Uomini legati a noi da un'abitazione comune ma non da un impegno comune. Impariamo a dividere soltanto una paura comune, soltanto un desiderio comune di ritirarci gli uni dagli altri, soltanto un impulso comune a reagire al disaccordo con la forza.» E' proprio questo il punto. Finchè sarà l'odio a prevalere il mondo andrà come sta andando ora.
E' un film talmente umano e poetico che vi consiglio assolutamente di vederlo.


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categorie: riflessioni, cinema


Millennium Actress
martedì, 11 novembre 2008 alle 11:30

In questi giorni mi sto mettendo alla pari con il cinema di Satoshi Kon, dopo il delirante e splendido Paprika e il più convenzionale Perfect Blue, di cui non vi ho parlato perchè non invogliava molto, ieri sera ho messo gli occhi sopra Millennium Actress. Genya Tachibana, il boss di uno studio televisivo è intenzionato a realizzare un documentario sulla stella cinematografica del secolo passato, la famosa Chiyoko Fujiwara, ormai settantenne e insieme ad un collaboratore raggiunge l'abitazione di questa, collocata in un posto piuttosto sperduto. Infatti la bellissima Chiyoko dopo una lunga carriera cinematografica si ritirò misteriosamente nell'anonimato. Una volta giunti a casa dell'anziana donna, Genya Tachibana, che aveva lavorato in passato con la donna, si fa trasportare dal racconto della donna che mischia vita privata ad aneddoti relativi al suo lavoro, fino a confondere sempre più le sue esperienze personali alla trama di tutti i suoi film. Filo conduttore è ciò che le è accaduto da giovane: un fuggitivo, da lei curato, le lascia una chiave che apre qualcosa di molto importante, senza però rivelarle cosa sia. Non le rivela neanche il suo nome e dove trovarlo. Chiyoko diventa quindi attrice, sperando che l'uomo la veda sul grande schermo e in qualche modo si metta in contatto con lei. La meraviglia è proprio come questo racconto si svolge, come viene mostrato allo spettatore. E' un racconto di vita, di emozioni, di amore vissuto. E come dice un personaggio dell'anime, è la ricerca di questo fuggitivo, la speranza di poterlo incontrare un giorno o l'altro che mantiene Chiyoko giovane dentro. E poi la conclusione finale, bellissima e commovente. E non poteva che essere così, non poteva andare diversamente. Ci sono delle immagini poi che ti tolgono il fiato per la loro bellezza. Consigliatissimo, in particolar modo a tutte le anime sensibili.


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categorie: cinema


He's lost control
lunedì, 10 novembre 2008 alle 11:39
Control manifesto

Alla fine la vostra padrona di casa è riuscita a vedere questo film. Ricordiamo brevemente la trama: si tratta della vita di Ian Curtis, voce e frontman dei Joy Division morto suicida nel 1980 a soli 23 anni. La versione che ho avuto modo di vedere è stata in inglese con i sottotitoli in italiano. Ho potuto quindi sentire tutte le voci originali. La storia è basata parte sulla biografia scritta dalla moglie di Curtis e in parte sulle interviste fatte agli altri membri dei Joy Division e a tutti quelli che sono stati vicini a Curtis nella vita. Però, però...
La sensazione che ho avuto addosso per buona parte del film è che si trattasse di un'occasione sprecata. Corbijn fallisce nel farsi narratore di una scena musicalmente viva e pulsante quale era quella in cui i Joy Division si trovava. Ian Curtis va a vedere un concerto di David Bowie e dove sono le emozioni che lui prova quando lo va a vedere? Missing. Personalmente ho trovato l'idea di far interpretare i brani dei Joy Division agli attori un'idea buona solo sulla carta. Perchè poi nella realizzazione finale non funziona. L'attore che impersona Ian Curtis gli assomiglia in maniera impressionante nel fisico ma non nella voce. E' l'unico che non riesce totalmente a entrare nella parte. Tanto per dirvi: ho stentato a riconoscere Isolation che non è quello che si dice un loro brano sconosciuto, anzi. Due o tre i punti davvero degni di nota: quando nel film si sente Love will tear us apart (felice scelta del momento), la seduta di ipnosi in cui c'è una sorta di presagio su quello che avverrà dopo, e Atmosphere. Il resto? Un'occasione sprecata di raccontare una  persona che ha cambiato un certo mondo musicale, inconsapevolmente forse. Se è una buona prova dal punto di vista della macchina da presa, Corbijn fallisce proprio nel punto centrale: descrivere una persona nella sua totalità, con i suoi dubbi, le sue insicurezze, il malcontento, l'amore, il disagio, fino all'ultimo passo. Mi è sembrato quasi come se si dovesse per forza cercare una giustificazione per qualcosa che alla fine non la avrà mai. Fallisce nel raccontare cosa davvero ha portato Ian Curtis al suicidio. Forse è un compito davvero impossibile per chiunque, non solo per Corbijn...


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categorie: cinema


Paprika
venerdì, 31 ottobre 2008 alle 11:23


Cosa accadrebbe se inventassero un apparecchio capace di farvi accedere al mondo dei sogni? E' questo l'interrogativo che si e ci pone Satoshi Kon nel suo anime Paprika. La protagonista si chiama Atsuko Chiba ed è una psicoterapeuta che cura i traumi dei suoi pazienti interagendo direttamente col loro mondo onirico. La terapia è in grado penetrare i sogni e di esplorare l'inconscio mediante il DC-Mini, un dispositivo che apre incredibili prospettive nel trattamento dei disturbi psichici. Prima ancora di essere brevettato, il congegno rivoluzionario viene trafugato e il Dottor Shima, direttore e mentore di Atsuko, imprigionato nel sogno dissennato e delirante di un folle. Il misterioso nemico è deciso a interferire coi sogni degli uomini, a manipolarli e a governare sul mondo sognato e su quello reale. L'uso scorretto del DC-Mini potrebbe infatti annichilire la personalità e la volontà del sognatore. Konakawa, un detective che odia il cinema ma sogna per generi cinematografici, decide di indagare. Nelle indagini al confine con l'inconscio lo aiuteranno Paprika, alter ego onirico della dottoressa Atsuko, e il dottor Tokita, pingue inventore del prototipo. (la trama è presa da My movies italia) Aspettatevi il totale e completo delirio. Se Satoshi Kon voleva darci l'idea della logica che governa i sogni ci è riuscito benissimo. E' riuscito persino a cogliere con perfezione inaudita il mescolamento di miti, archetipi, figure tipiche del mondo di fantasia come davvero avviene per ognuno di noi nel mondo onirico. Paprika è meravigliosa nel suo essere a metà tra un maschiaccio e una donna di un fascino incredibile.
Prima che me lo chiedete, perchè so che me lo chiederete: no, quella sequenza non ricorda Dragon Ball ma semplicemente è ispirato dallo stesso mito nipponico a cui si sono i rifatti i creatori di Goku: il mito della Scimmia. (cliccate per saperne di più).
P.S.  A tutti i fratelli e le sorelle un buon Samhain.



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categorie: cinema


We're going down to the ground...
venerdì, 24 ottobre 2008 alle 11:37



La mia seconda recensione per la webzine "Il cibicida" è del film Wall.E. Erano anni che un prodotto Disney non mi coinvolgeva e non mi emozionava così tanto. Non esagero nel dirvi che è un'opera degna dei grandi classici.
Il pianeta Terra è stato abbandonato dai suoi abitanti al degrado, all’inquinamento e alla sporcizia, e l’unico abitante rimasto è un robottino, WALL-E, un acronimo che sta per Waste Allocation Load Lifter-Earth-class, è rimasto in funzione per settecento anni e continua imperterrito a fare quello per cui è stato costruito: raccogliere e ammassare rifiuti. E’ autosufficiente, batteria ricaricabile ad energia solare, pezzi di ricambio disponibili sempre e ovunque perché se sei in mezzo agli scarti è davvero facile trovarli. Tutto sommato non se la passa neanche troppo male: ha la sua routine, colleziona oggetti di varia forma e natura, vestigia di una cultura che ha ormai abbandonato la sua terra natia: il cubo di Rubik, le forchette di plastica, le lucine natalizie che usa come illuminazione della sua abitazione, videocassette di musical romantici ed un giorno, con sua grande sorpresa, vede uno strano oggetto con le foglie. Wall-E capisce che è speciale e lo conserva al pari del resto della sua collezione. Il suo linguaggio è minimale e la sua espressività ispira tenerezza come se fosse un cucciolo. Quelli della Pixar sanno bene quali corde toccare nello spettatore e subito ci si affeziona a questo personaggio, come da programma. La routine di Wall-E viene turbata dall’arrivo di una sonda di nome Eve: un robot femmina molto decisa e pericolosa. Subito Wall-E è spaventato, poi piano piano viene conquistato dalla sua bellezza e se ne innamora. Qui la prima chiave del successo di questo lungometraggio: un robot così profondamente umano negli approcci di avvicinamento goffi e timidi verso l’amata. Quanti di noi possono dire di non essersi trovati nella stessa situazione? Pochissimi, crediamo. E come nei corteggiamenti più classici, Wall-E regala ad Eve una piantina. La scoperta della possibilità di vita sulla Terra dopo settecento anni porterà a delle conseguenze tali da rendere cosciente l’uomo, finora lontano nello spazio, che è ora di tornare a casa. Come da tradizione del cinema di animazione Disney, assistiamo ad un’opera complessa e dalle mille sfaccettature. Un’opera sicuramente godibile a più livelli, sia per i bambini che assistono alle vicende di questo simpatico robot, un piccino capace di fare la differenza; sia per gli adulti che rimarranno incantati dalla sua perfezione grafica, poetica e narrativa, con citazioni cinematografiche che scomodano persino il buon vecchio Kubrick ed il suo “2001: Odissea nello Spazio”. Le tematiche sono importanti: l’amore che vince su ogni cosa e rende capaci di qualsiasi impresa per il bene amato, l’irresponsabilità passata del genere umano verso il pianeta Terra, ridotto ad una discarica a cielo aperto, e la consapevolezza futura che basta poco per ricominciare tutto da capo senza ricommettere gli stessi errori. Se non ci occupiamo noi stessi del nostro ecosistema nessun’altro lo farà. E se questo non fosse ancora sufficiente, alla fine del lungometraggio il nuovo corso dell’umanità viene raccontato attraverso la storia dell’arte: dai pittogrammi rupestri tipici di certi ritrovamenti nelle caverne ai geroglifici, passando persino per il pointillismo. Per i creatori di Wall-E la vera rinascita può partire solo riscoprendo la vena migliore del genere umano: quella creativa. Come dar loro torto?
P.S. Ringrazio Max per l'aiuto e l'ispirazione nella recensione. Tu sai.


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categorie: cinema


Innocenza
venerdì, 17 ottobre 2008 alle 14:18

E mi sono messa in pari vedendo anche il secondo film di Ghost in the shell. Alcune notazioni personali: la versione che è giunta nelle mie mani era in originale giapponese con sottotitoli in italiano. I sottotitoli erano fatti da persone veramente competenti che non si sono limitate a tradurre i vari dialoghi ma anche dare delle spiegazioni di carattere semantico e, soprattutto, riportare le citazioni ai vari autori dove compaiono. I miei vivissimi complimenti vanno a queste persone e alla loro passione. Inoltre mi ha permesso di sentire com'è il giapponese parlato. E' una lingua che alle mie orecchie suona estremamente musicale.
Nel 2032 le differenze fra uomini, cyborg, robot e androidi si sono fatte così labili da rendere virtualmente impossibile una seria e legale distinzione fra questi tipi di essere. Cosa rende umano l’uomo? Batou, il cyborg detective al servizio della Sezione 9 è incaricato di indagare su una misteriosa serie di omicidi suicidi. Le gynoidi in questione, avanzatissimi robot che replicano in tutto e per tutto una donna (comprese le funzioni sessuali), sfruttate come geishe, prima uccidono i loro proprietari e poi si autodistruggono.
Alcuni indizi spingono gli investigatori verso la ditta Locus Solus che produce le gynoidi su una nave al largo delle coste, fuori dalle giurisdizioni degli stati.
Se nel primo film la domanda sottintesa era "cos'è la vita?" in questo film il fulcro delle riflessioni si sposta sui ricordi e sulle percezioni.  Come sai che quello che stai vivendo è reale? Una domanda non da poco in un mondo sempre più tecnologico in cui è possibile ricostruire tutto, persino le esperienze e i ricordi.
Personalmente parlando però l'uso massiccio ed evidente della computer graphic me l'hanno fatto scadere un po' rispetto al primo. Se Ghost in the shell I è un gioiello eterno che merita di essere visto questo invece temo che prima o poi sentirà pesantemente i segni del tempo che passa...


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